LinkedIn non è TikTok in giacca: il clickbait emotivo e il silenzio che fa branding

 

C’è una nuova forma di clickbait su LinkedIn. Non urla fisicamente, ma visivamente. E  strizza più l’occhio all’emotività.

Non so voi, ma io ogni volta che apro Linkedin trovo qualcosa che mi fa dire: “Oddio ma dove sono?” Un po’ come quando ti svegli la mattina e dopo essere tornato dalle ferie non sai in che stanza ti trovi: “è quella dell’albergo o sono a casa mia?” e mentre ancora al buio cerchi di capire dove e quando e cosa sia successo, ti accorgi di ciò che ti sta intorno.

Ecco, l’altro giorno apro Linkedin e vedo la foto di un cimitero. Con una caption che più o meno (riassumo) diceva: oggi sono andata in cimitero e penso che troppo poco spesso si parli delle sensazioni che si provano.

Ok, posso anche concordare, ma la caption non nobilita il post e non ha una morale professionale, a mio parere.

Funziona? Sicuramente, perché ne sto parlando anch’io.
Fa engagement? Spesso e volentieri, anche solo per la mole di commenti di critica ricevuti.
Fa personal branding? Qui iniziano i problemi.

Perché il punto non è cosa pubblichi. È come parli, quando parli e se il tuo tone of voice esiste davvero.

Il tone of voice non è dire tutto.
È scegliere cosa dire.
E soprattutto cosa non dire.

Ad esempio, se fossi a tavola con persone che non conosci davvero,
ti metteresti a raccontare qualcosa di totalmente fuori contesto solo per attirare l’attenzione?

Parleresti di un lutto profondo mentre stanno ordinando il dolce?
Ti alzeresti la maglietta per dimostrare un punto? Useresti una frase shock giusto per vedere chi reagisce?

No. Perché esiste il contesto. E il contesto è una forma di rispetto. Anche online.

Con questo non voglio attaccarmi alla foto precedentemente citata, ma solo riflettere sul fatto che oggi su LinkedIn molti stanno confondendo visibilità con identità.
Stiamo usando qualunque leva emotiva come fosse un boost temporaneo di engagement, dimenticando che il personal branding non è una campagna mordi-e-fuggi.

È una reputazione nel tempo.

LinkedIn sta diventando come una chat di lavoro in cui qualcuno manda vocali da 5 minuti alle 23:47.
Non perché abbia qualcosa di importante da dire, ma perché può farlo.

Ecco: poter parlare non significa doverlo fare.

A volte il branding migliore è il silenzio.
Tacere invece di dire cose a sproposito.
Aspettare invece di riempire spazi vuoti con contenuti rumorosi.

Perché ogni post che pubblichi non dice solo cosa pensi. Dice chi sei, che livello di consapevolezza hai, e che tipo di conversazioni sei in grado di sostenere.

Prima di postare, forse dovremmo chiederci meno:

“Quanti like farà?”

E più:

“Lo direi mai a una riunione o a un pranzo di lavoro?”

Se la risposta è no, il silenzio non è una sconfitta.
È forse l’unica scelta giusta.

 

Francesca Camboni